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Come contrastare il cyberbullismo

dall’azione del singolo all’obiettivo della squadra

L’utilizzo diffuso dei social network da parte di minori si è accompagnato negli ultimi anni con l’emergere di episodi legati all’utilizzo improprio degli stessi (ad esempio comportamenti di diffamazione, diffusione di immagini a sfondo sessuale, offese a professioni religiose,..) che possono avere ricadute a livello civile e penale. Inoltre si è assistito a processi di marginalizzazione online, definiti come “cyberbullismo” che, pur avvenendo in rete, possono incidere profondamente anche sulle relazioni quotidiane tra i ragazzi e sui loro percorsi identitari.

Per tentare di contenere i possibili rischi delle interazioni virtuali tra gli adolescenti, l’8 gennaio 2014 è stato approvato un ‘Codice di Autoregolamentazione’ a cui aderiscono alcuni fornitori di servizi online che si impegnano “ad attivare appositi meccanismi di segnalazione di episodi di cyberbullismo, al fine di prevenire e contrastare il proliferare del fenomeno ”. Nonostante esista questa possibilità, in una ricerca diffusa da Save the Children2  si legge che la percentuale degli adolescenti che conosce il pulsante “segnala abuso” su un social non supera il 59% e scende al 53% tra i 12 e i 13 anni3.   
Nel corso degli anni alcuni social network sono stati al centro dell’attenzione più di altri (si pensi ai drammatici fatti del 2014 in cui il suicidio di un’adolescente di Cittadella (Pd) è stato ricondotto all’utilizzo di ‘Ask.fm’4) ma la possibilità di generare situazioni altamente critiche è trasversale a tutti questi strumenti di comunicazione (ad esempio ‘Whatsapp’, completamente diverso da ‘Ask.fm’ ma ugualmente al centro dell’attenzione per la facilità di trasmissione di immagini che possono danneggiare la web reputation, con ripercussioni sull’intera vita della persona). 

 

Dall’abilità digitale alla competenza comunicativa

 

Dagli episodi sopra citati risulta evidente che “la propria ed altrui sicurezza in Rete non dipende solo dalla tecnologia adottata (software anti-virus, antimalware, apparati vari etc.) ma dalla capacità di discernimento delle singole persone nel proprio relazionarsi attraverso la Rete.”5  Il fatto che negli ultimi anni gli episodi di cronaca e le denunce per utilizzi impropri dei social network stia crescendo, pone l’accento su una questione centrale: l’ottima capacità di utilizzo di smartphone, PC e console dei cosiddetti ‘nativi digitali’6  non è andata di pari passo con la competenza di gestire la comunicazione attraverso questi mezzi. In altre parole, un ragazzo abile (o, più precisamente, capace) ad utilizzare un social network non necessariamente è anche competente nell’interagire tramite il suo utilizzo. 

I social network ci consentono cioè di mettere in luce la netta distinzione tra capacità d’uso dello strumento e competenza7  di comunicazione attraverso di esso. Per ‘capacità d’uso’ dei social network si intende l’abilità di saperli utilizzare ed è strettamente connessa all’esperienza pregressa del singolo. Coerentemente con questo, la facilità di passare dall’utilizzo di un social network ad un altro per i ‘nativi digitali’ è in larga parte legata alle esperienze maturate8: anche se i diversi strumenti virtuali si differenziano tra loro per alcune funzionalità che li rendono distintivi l’uno dall’altro, i meccanismi fondamentali (come ad esempio contattare altre persone e iniziare delle conversazioni con esse) sono i medesimi e quindi per un utente ‘esperto’ facilmente replicabili da una piattaforma all’altra.
Altro aspetto che caratterizza le ‘capacità’ di comunicare attraverso i canali virtuali è la replica dei comportamenti che, in situazioni già sperimentate, si sono rivelati efficaci. Ad esempio cancellare una foto o un post pubblicati sul proprio profilo è un comportamento frequente da parte degli utenti virtuali e che genera la percezione di poter controllare la diffusione di materiale online poichè, nella maggior parte dei casi, consente di far perdere traccia di quanto si era messo in mostra.  Gli utenti dei Social network, osservando questa regolarità, valutano come efficace tale comportamento e lo replicano nelle svariate piattaforme online in quanto ‘prevedono’ che sarà ugualmente possibile eliminare dei contenuti a seguito di ripensamenti. Purtroppo però sono già molti i casi di episodi di ‘cyberbullismo’ generati a partire da materiale temporaneamente comparso sul profilo di una persona che, seppur in un secondo momento è risultata ‘pentita’ dell’immagine o del testo pubblicato e lo ha rimosso, è rimasto online per un periodo di tempo sufficiente affinché qualcun altro lo notasse e riuscisse facilmente ad appropriarsene e a diffonderlo.
Un ulteriore aspetto critico che si osserva è che generalmente genitori, insegnanti, educatori faticano ad intervenire rispetto a come i minori gestiscono le comunicazioni on line (pur ponendo magari grande attenzione a come questi ultimi si esprimono nella vita “reale”), in quanto spesso non si percepiscono altrettanto ‘esperti’ degli adolescenti che sono attivi contemporaneamente su più social network e sempre aggiornati sulle nuove piattaforme. Tuttavia non intervenire è altamente critico in quanto l’abilità digitale dei ragazzi non è garanzia di un utilizzo efficace dei social network. Come evidenziato anche nelle linee guida del MIUR, “si assiste, per quanto riguarda il bullismo in Rete, a una sorta di tensione tra incompetenza e premeditazione e, in questa zona di confine, si sviluppano quei fenomeni che sempre più frequentemente affliggono i giovani e che spesso emergono nel contesto scolastico”
Pertanto possiamo sostenere che l’emergenza sociale che vede nel “cyberbullismo” la sua espressione più estrema è relativa al basso livello di competenze di comunicazione degli adolescenti nell’utilizzo dei social network, a fronte dell’immediatezza e dell’ampiezza degli effetti che generano. Nello specifico, per comunicare in modo competente sui social network si intende:

  1. il prefigurarsi le possibili ricadute del proprio comportamento in rete sia per la propria web reputation, che per come potrebbero reagire altri fruitori dei social nel leggere/visualizzare quanto si sta pubblicando. Ad esempio immaginandosi quali possano essere le implicazioni nel pubblicare testi da cui si escludono volutamente alcuni amici o compagni, oppure nel legittimare comportamenti denigranti praticati da altri in conversazioni sui gruppi di WhatsApp. 
  2. essere in grado di governare le interazioni, ovvero di trasferire l’utilizzo di modalità comunicative efficaci, quelle che ad esempio i ragazzi già mettono in campo negli scambi vis-a-vis, anche sui diversi Social Network, quindi a prescindere dai differenti contesti in cui le stesse si sviluppano. In questi termini anche l’utilizzo di un particolare Social Network può allenare a sostenere delle conversazioni efficaci in quanto diventa “palestra” per imparare ad essere dei bravi comunicatori

 

Quali conseguenze nell’essere capaci ma non competenti a comunicare?

 

A fronte di un’ottima capacità di utilizzo, ma di un basso livello di competenza nell’interagire, si segnalano in continuazione episodi di ‘cyberbullismo’ intesi come marginalizzazione, ovvero quel processo di esclusione di alcuni dalle interazioni online (ad esempio rimozione secondo criteri auto-referenziali da gruppi WhatsApp o creazione di gruppi su cui tutti hanno visibilità ma solo alcuni l’accesso). Similmente, si rilevano anche processi di tipizzazione dell’identità, ovvero di attribuzione di giudizi per connotare l’intera persona (ad esempio lo ‘sfigato’, il ‘cocco dei prof”,..). Si pensi ai recenti accadimenti dal tragico epilogo, che hanno visto un comportamento girato in rete con estrema facilità trasformarsi nell’unico modo con cui connotare l’intera persona che lo ha agito, portando anche la stessa ad identificarsi con tale giudizio assolutistico9. Contribuire attivamente o passivamente a processi di marginalizzazione e tipizzazione è facilitato dalla possibilità di giustificarsi del proprio comportamento in quanto stando nascosti dietro ad un display, si può evitare di gestire vis-a-vis gli interlocutori contribuendo così al mantenimento della situazione e reputandosi ‘esenti’ dalle ripercussioni, senza doversi assumere (almeno nell’immediato) la responsabilità di quanto scritto o letto.


Cosa accade alle vittime?

 

I destinatari di questi processi di marginalizzazione o tipizzazione sono quelli che comunemente vengono identificati come ‘vittime’. L’essere vittima diventa lo status che caratterizza la persona e a seconda di come viene configurata e gestita la situazione è possibile che si mantenga nel tempo oppure che se ne promuova il cambiamento. Ovvero, lo status di ‘vittima’ può essere temporaneo e manifestarsi solo occasionalmente, oppure può essere perpetuato tra gli utilizzatori dei social, arrivando a definire l’unico modo possibile di pensare a quella determinata persona. Nel primo caso, ad esempio, un individuo può essere temporaneamente riconosciuto come lo ‘sfigato’, ma continuare ad essere considerato “quello che gioca a basket, che suona in un gruppo, che a scuola va bene in italiano...” e così via con tutte le possibili sfaccettature che la vita di una persona può assumere. Se invece l’essere ‘vittima’ non è solo un episodio, ma la connotazione che viene attribuita a tale persona è costante, questa verrà considerata tale nella sua totalità (ad esempio sarà riconosciuto sia dai compagni che da se stesso unicamente come ‘lo sfigato’). All’interno del Modello Dialogico si parla nel primo caso di promuovere “Biografie”, mentre nel secondo caso di consolidare “Carriere Biografiche”. 


Contrastare il cyberbullismo:

una (co) responsabilità di tutti


A partire da quanto appena descritto, la gestione competente da parte dei fruitori dei social si traduce nell’intercettare quei processi discorsivi che vanno nella direzione di costruire delle ‘carriere biografiche’ (quella dello ‘sfigato’, ‘disadattato’, e così via) promuovendo l’utilizzo di modalità comunicative che generino ‘biografie’ (si torni quindi a considerare la persona nella sua interezza). Riuscire a intervenire in modo efficace diventa quindi una questione di uso responsabile dei Social Network ed essendo qualunque utente un potenziale promotore di salute10  online, ne deriva la corresponsabilità possibile (e necessaria) di tutti per contrastare questi processi. Progettare delle linee operative che mirino allo sviluppo delle competenze di comunicazione efficace è un primo passo verso la diffusione di corresponsabilità in quanto significa creare le condizioni affinché gli utenti del mondo web possano diventare protagonisti nella gestione delle situazioni problematiche online, intervenendo in modo pertinente ed efficace nelle conversazioni. Solo in questo modo si può generare uno scarto rispetto alla mera segnalazione di comportamenti inadeguati ai fornitori dei servizi online (si veda il codice di autoregolamentazione sopra citato) in quanto si sostiene il passaggio dalla delega all’esperto (l’autorità a cui si segnala) alla assunzione di una diretta responsabilità nel gestire la questione attraverso la propria partecipazione. Formare utenti competenti genera le condizioni affichè gli interventi siano precisi (e quindi non lasciati alla casualità del contributo che può dare in quel momento il singolo individuo) e ciò  è fondamentale per contrastare il comportamento diffuso tra gli utenti di rimanere silenti di fronte a interazioni problematiche (che, come visto in precedenza, rappresenta una forma di partecipazione al processo di marginalizzazione, nella misura in cui concorre alla legittimazione delle stesse). Si aggiunga che il contesto virtuale risulta essere particolarmente fertile al fine di far intervenire attivamente chiunque per via dell’assetto estremamente variabile che caratterizza le comunicazioni online: così come le persone che possono ricoprire il ruolo ad esempio del “bullo” non hanno caratteristiche distintive che permettono di identificarle, bensì questo ruolo può essere assunto da ognuno all’interno della conversazione11, anche chi interviene nel contrastare certe modalità può potenzialmente essere chiunque. 
In linea con i riferimenti di cui sopra, tra le linee operative più efficaci mirate allo sviluppo di competenze comunicative online si evidenziano:

  • MEDIAZIONE: qualsiasi utente web, adeguatamente formato, può ricoprire il ruolo di mediatore e intervenire tra due o più parti in conflitto. Cosa si genera:
  1. Si contrasta la logica dell’essere osservatori passivi: anche se gli episodi critici non coinvolgono direttamente una persona, questa può intervenire con il ruolo di mediatore diventando generatore di cambiamento nella comunicazione online;
  2. Si creano occasioni di sviluppo di competenze comunicative sia per le parti coinvolte nell’episodio (il reo e la vittima) che per il mediatore stesso: in una logica win-to-win tutti escono potenziati (più competenti) da situazioni di per sé potenzialmente rischiose.
  • PEER TUTORING: un utente competente a comunicare online può trasferire le proprie competenze ai suoi pari, mettendoli nelle condizioni di gestire le situazioni in modo efficace. Individuare utenti competenti nel comunicare o formarli ad hoc è una strategia che consente di muoversi in anticipazione rispetto a episodi critici che potrebbero verificarsi: la formazione tra pari mira a rendere i membri di comunità virtuali (e reali) autonomi nel gestirsi le proprie relazioni e consente una diffusione capillare di competenze comunicative.

In aggiunta a queste 2 macro strategie, come già accennato, le medesime possibilità di intervento per contrastare la costruzione di ‘Carriere biografiche’ le possiedono, oltre ai diretti protagonisti, anche il ruolo dei genitori e delle agenzie educative in generale (insegnati, istruttori sportivi, educatori ecc.) andando a sviluppare le competenze comunicativo-interattive e monitorandole:

  • LABORATORI PER FORMARE CYBERMEDIATORI E CYBERTUTOR: spazi in cui si progetta la formazione per adolescenti al fine di farli diventare mediatori online e/o agire il ruolo di peer educator:
  1. Sono calibrati sulla specifica realtà e quindi pensati per essere immediatamente accessibili dagli utenti;
  2. Consentono alle agenzie educative di diventare autonome nell’allenare le competenze degli adolescenti e di monitorarle costantemente.

Si parla pertanto di “corresponsabilità” fra tutti gli attori di una comunità, in quanto ogni snodo o ruolo contribuisce a generare Salute o “emarginazione” e quindi ‘biografie’ o ‘carriere biografiche’.

responsabilità online

Concludendo, al fine di sviluppare competenze per le interazioni online, tutti i ruoli della comunità possono quindi essere coinvolti e chiamati a gestire le nuove possibilità offerte dalla rete. Infatti per formare alla comunicazione efficace non è necessario essere esperti digitali,“la vera sicurezza non sta tanto nell'evitare le situazioni potenzialmente problematiche quanto nell'acquisire gli strumenti necessari per gestirle.”12. Ed è di fronte alla necessità di generare tale processo di corresponsabilità e di governarlo che le linee strategiche qui proposte per intervenire sono sì alla base di progetti volti a contrastare il cyberbullismo ma si pongono anche la più ampia finalità promozionale di contribuire a generare salute.

 


Note:
[1] www.sviluppoeconomico.gov.it
[2] (Organizzazione non governativa) riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri
[3] Ricerca IPSOS realizzata per Save the Children www.savethechildren.it
[4] http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2014/02/11/news/cittadella-la-ragazza-di-14-anni-spinta-a-uccidersi-dagli-insulti-su-ask-fm-1.8646502
[5] linee di orientamento per azioni di prevenzione e di contrasto al bullismo e al cyberbullismo
[6] La definizione, coniata per la prima volta nel 2001 dallo scrittore Mark Prensky, indica la generazione di nati (negli Stati Uniti) dopo il 1985, anno di diffusione di massa del pc a interfaccia grafica e dei primi sistemi operativi Windows. In Italia, secondo Ferri, si parla di “nativi digitali” dalla fine degli anni novanta, quando i computer e internet sono entrati prepotentemente nella vita di tutti.
[7] Per “capacità” si intende l’insieme di abilità tecnico-operative e relazionali aspecifiche (potenzialmente presenti in tutte le persone e che le persone maturano e sviluppano attraverso la replica di esperienze personali/professionali). Quindi più una persona ha modo di replicare le medesime situazioni/attività, maggiormente risulterà capace rispetto alle stesse. Nel momento in cui le condizioni che hanno caratterizzato l’esperienza praticata della persona cambiano, vengono a mancare alla stessa quei riferimenti che le consentivano di agire quello specifico modo. Pertanto, se dovessimo basare la professionalità di ognuno solo sull’esperienza, non potremmo logicamente andare a svolgere progetti o lavori rispetto ai quali non abbiamo mai avuto un’esperienza. Per “competenza” si intende l’anticipazione di scenari, ovvero degli assetti della matrice dei processi organizzativi che non si sono verificati ma che si possono verificare e che quindi vanno gestiti. Modalità tecnico-operative e relazionali acquisite e sviluppate attraverso percorsi formativi specifici, il confronto con altri professionisti, il lavoro di team, che le persone utilizzano per collocarsi nella matrice organizzativa in modo da anticipare i processi organizzativi che possono essere generati nel perseguimento dell’obiettivo dichiarato. A differenza della “capacità” (che riguarda le persone), la “competenza” pertiene alla definizione del ruolo. (Metodologia per l’analisi dei dati informatizzati testuali, Fondamenti di teoria della misura per la Scienza Dialogica - 2014, GP Turchi, L Orrù)
[8] Già nel 2011 l’ISTAT osservava che l’82,7% dei ragazzi tra gli 11-17 anni naviga su internet (http://www.istat.it/it/archivio/minori)

[9]http://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/tiziana-cantone-feltri-pensiero/; http://www.lastampa.it/2016/09/14/multimedia/italia/linferno-di-tiziana-cantone-vittima-della-vergogna-per-un-video-hot-CTcTImrw3bTOFK0yyiPxNL/pagina.html
[10] a partire da una definizione di Salute intesa come “processo dialogico che pone le persone e le comunità nella condizione di poter anticipare le implicazioni delle proprie scelte sul piano sia organico che interattivo“(G.P. Turchi)
[11] Questo dato trova conferma in una ricerca realizzata dal Censis in collaborazione con la Polizia Postale, in cui i dirigenti scolastici coinvolti evidenziano l’impossibilità di creare un identikit del bullo Ad esempio si legge nella ricerca che “Per il 70% dei dirigenti scolastici i cyberbulli sono indifferentemente maschi o femmine” 
[12]  linee di orientamento per azioni di prevenzione e di contrasto al bullismo e al cyberbullismo